Il mio combattimento più bello
Il brano che segue riporta alcuni fatti accaduti durante la difesa della Sicilia, quando Giuseppe Ruzzin, 433 missioni di combattimento nei cieli della Spagna, del Belgio e del Mediterraneo, decorato con 4 medaglie al Valor Militare e con una Croce di Ferro tedesca, operava con i Bf109G, in seno alla 154^ Squadriglia del 3° Gruppo Autonomo “Diavoli Rossi” della Regia Aeronautica.
Generalmente, il combattimento aereo ha il suo epilogo in uno dei quattro casi seguenti: termine vita (abbattimento), termine spazio di manovra (impatto al suolo o tra velivoli), termine spinta propulsiva (esaurimento del carburante), termine capacità offensiva (esaurimento delle munizioni). Sebbene l’episodio di seguito descritto rientri in una di queste categorie, esso contiene una eccezionalita’ che lo rende prezioso, unico per certi versi, al di là delle manovre, dei proiettili e della concitazione dell’azione. E pochi, comunque, definirebbero il combattimento "bello" …

A Comiso,
a pochi giorni dallo sbarco degli Alleati in Sicilia, via la Flak coi suoi 88, distrutte le infrastrutture, interrotte le linee telefoniche, tra le file di scheletri di aeroplani bruciati, s’era come nella terra di nessuno.
Eravamo rimasti solo noi intrepidi “Diavoli Rossi” del 3° Gruppo Caccia con i pochi Messerschmitt 109 Gustav rimasti illesi o resi efficienti dai nostri meravigliosi taumaturghi specialisti.
Gli allarmi si susseguivano incessantemente, i nervi tesi, ma ancora lontana l’idea che la strapotenza Alleata ci polverizzasse a distanza di qualche giornata.
Quel 29 giugno 1943, nell’aria si sentiva puzzo di polvere pirica; i piloti erano legati a bordo pronti al decollo in un minuto. Alle 14:30 un razzo rosso si levò dalla collina. In dieci decollammo a ventaglio col timore di essere attaccati proprio nella critica fase dell’involo. Salimmo in direzione della costa, ci mescolammo ai Messerschmitt del Gruppo tedesco “Pik As” del biondo…. provenienti da Fontanarossa. Subito dopo, lo scontro, ovvero, data l’immediatezza, quasi una collisione con numerosi caccia avversari.
Quaranta caccia di tre bandiere evoluivano in una disordinata giostra simile ad una sciamata di vespe arrabbiate, ognuno impegnato in singolar tenzone.
In quella bolgia ebbi modo di ”inquadrare” uno Spitfire impennatosi per sottrarsi ai colpi di un tedesco. Sparai, in picchiata, ma ahimè, il pauroso rinculo del cannone da 30 mm., la brevità della raffica e la necessità di deviare per non finirgli addosso, mi impedirono di constatarne gli effetti.
Detti uno strattone, di quelli che provocano i balli di rarefazione alle estremità dell’ala, controllai la situazione: era una vera ressa. Sempre evoluendo, non ebbi tempo di tirare una boccata di ossigeno che un crepitio a lato mi fece trasalire. Ero dunque sotto tiro con uno Spitfire in coda. Situazione tragica, difficile è toglierselo di dietro. Ricorsi allora a quella disperata manovra che in altri cieli fortuitamente mi salvò: stallo d’alta velocità con autorotazione. I “g” si sprecarono, vidi nero, perdetti un po’ di quota, ma costrinsi l’avversario, sorpreso, a sorpassarmi.
Recuperai l’aereo ed ancora barcollante tentai col muso in su di colpire il mio uomo: sprecai munizionamento. Ben presto, più alto e in velocità, egli mi riprese la coda. Il gioco ormai aveva una regola ed il duello ci doveva impegnare fino al suo epilogo. Nessuno dei due desisté dalle incessanti acrobazie per svincolarci l’un l’altro la coda. Non saprò mai dire quanto durò questo interminabile carosello di morte: intanto il cuscinetto d’aria sotto di noi si faceva sempre più sottile, poi, la dura terra.
Ma qualcosa avvenne. Nell’ultima “ruota” riuscii stringendo pazzamente la cloche a guadagnare un’angolazione dalla quale tentare l’ultima occasione. Mirai, premetti il pulsante delle armi… niente. Non partì un solo colpo, la cassetta era vuota. Allora vidi lo Spitfire proseguire avanti diritto guadagnando quota senza più manovrare. D’istinto pensai che anche “Lui” era ormai inerte. Ci eravamo scaricate le armi contro sino all’esaurimento, ora eravamo soltanto due aviatori.
Cautamente mi avvicinai fino a portare l’estremità della mia ala sinistra quasi a contatto con la Sua. Eccolo il mio avversario, è là, non si scompone, all’istesso modo come si trattasse di una normale esercitazione di pattuglia acrobatica in tempo di pace. Ci guardiamo, reciprocamente sentiamo il bisogno di vederci a viso scoperto: è allora che ambedue ci togliamo la mascherina dell’ossigeno e tiriamo indietro gli occhiali da volo. Ora ci vediamo perfettamente, io ho i baffetti scuri, Lui quei morbidi con le punte in giù, biondi, tipici dello Sportman inglese. Entrambi nel modo più naturale, con un gesto della mano ci salutiamo.
Il contenuto del nostro saluto era certamente questo: “Sei stato bravo, non ti ho abbattuto, ma che importa, abbiamo servito onorevolmente la nostra Patria. Come Soldato, Uomo e Aviatore Ti saluto e Ti ricorderò per sempre”. Immediatamente “rompemmo” la coppia: Lui con una virata in cabrata a sinistra si diresse verso Malta, io in scivolata destra puntai il campo di Comiso già in vista.
Nei pochi minuti che precedettero l’atterraggio provai un senso di indicibile gioia: respirando a pieni polmoni l’aria, ora più fresca, provai un’intensa soddisfazione, quella stessa che l’uomo onesto prova dopo aver compiuto una buona azione.
Tre ore dopo ridecollai su allarme ingaggiando combattimento ancora con gli Spitfire. Altro scontro, altre evoluzioni, altre raffiche di morte. Nella mischia colpii un avversario, non vidi però se cadde. Era il tramonto.
Tornando all’atterraggio mi chiesi se potesse essere “Lui”.
Giuspin
| < Prec. | Succ. > |
|---|
Ultimo aggiornamento ( Sabato 24 Ottobre 2009 14:06 )


